Riflessioni e Iniziative

 
D.C. vent'anni dopo

DC, ventanni dopo Per chi ha vissuto da posizioni di responsabilità nazionali o locali il biennio ’92-’94 con il tracollo del sistema dei partiti come si era affermato nel dopoguerra, la conclusione della esperienza della Democrazia Cristiana costituì un fatto per un certo verso inaspettato e per l’altro inevitabile. Era del tutto evidente infatti che il fallimento del modello comunista avrebbe comportato in parallelo il venir meno di quella funzione di argine sul piano interno e internazionale contro quella minaccia che la Democrazia Cristiana aveva svolto per oltre quarant’anni e che faceva comodo a forze e interessi che non trovavano garanzie altrettanto solide al di fuori di essa. Di questo era ben consapevole tutta la dirigenza del partito, ciò che non fu adeguatamente valutato invece fu il rapido processo di distacco dal partito del suo elettorato di riferimento, soprattutto quello degli strati popolari, dei ceti sociali che più soffrivano le conseguenze di un sistema politico incartapecorito e progressivamente indifferente alle sorti di tutti. Il problema era particolarmente avvertito sul territorio dove sindaci e dirigenti locali toccavano ogni giorno con mano il progressivo allontanarsi degli elettori dal partito allettati da chi prometteva loro la rottura con ‘Roma ladrona’ , slogan che da noi qui al nord non era nuovo, risaliva agli anni cinquanta, e quindi desueto, ma che divenne d’un colpo dirompente in presenza degli scandali di Tangentopoli . Negli innumerevoli incontri, dibattiti, assemblee organizzati in quel biennio emergeva, soprattutto tra militanti e sostenitori, un profondo senso di impotenza nei confronti di una dirigenza nazionale che si mostrava sorda ad ogni segnale di allarme proveniente dal nord. Capitava di essere convocati a Roma per discutere i problemi politici sul tappeto e di non riuscire a porre come centrale il problema del nord che stava sempre più estraniandosi dal resto della politica nazionale. Si tornava a casa a mani vuote, a volte con sorrisi di compatimento, quasi che il problema della DC del nord non fosse un problema di tutta la DC nazionale e quindi dell’intero Paese. Questo stato di sofferenza era presente in particolar modo nelle cosiddette ‘province bianche’ del Veneto, della Lombardia e del Piemonte, vale a dire l’area economica e produttiva più importante dell’Italia. Bergamo era tra le prime, se non la prima, tra queste province e quindi visse con particolare intensità quel travaglio che portò alla decisione di porre una discontinuità con il passato più recente riallacciandosi alla esperienza sturziana del Partito Popolare. Forse era troppo tardi, forse il patto di fiducia che gli italiani avevano stipulato con la DC di De Gasperi e Moro era stato irrimediabilmente rotto dai gravi fatti emersi con tangentopoli, forse si sono compiuti errori evitabili, forse ancor più decisiva fu la sfortunata coincidenza e interdipendenza di fattori moltiplicativi della crisi, come la nuova legge elettorale maggioritaria, la discesa in campo di Berlusconi (con annessi e connessi ), la saldatura in extremis tra Forza Italia, AN e Lega nord, la ricomprovata incapacità della sinistra ad essere alternativa alla DC. Di quel biennio ricordo l’entusiasmo e la determinazione di tanti amici protesi a contrastare una deriva che purtroppo gli eventi resero irreversibile, molti di essi a distanza di venti anni sono ancora in prima fila tra i sindaci, nelle amministrazioni comunali , nei partiti e nei movimenti a dimostrazione che quella Democrazia Cristiana sapeva sfornare classe dirigente con i fiocchi senza andare a cercarla con la lanterna della primarie. Bergamo, 18-01.-14 Battista Bonfanti